I Cavallini

I cavallini della Giara (Equus caballus giarae), presenti da tempo immemorabile tra le sugherete e i paùli dell’altopiano, possono essere considerati una delle presenze faunistiche di maggiore interesse dell’intero territorio della Marmilla, e ne rappresentano senz’altro il simbolo vivente.

Nel considerare le diverse ipotesi a proposito della loro origine è difficile distinguere il mito dalla storia. C’è chi crede siano giunti in Sardegna attraverso un continente ormai scomparso, la Tirrenide, straordinario ponte tra l’Africa e quella che sarebbe poi divenuta un’isola, e c’è chi invece sostiene che siano stati portati quaggiù dai Fenici in tempi decisamente più recenti. In mancanza di riscontri, è in definitiva ragionevole pensare che i cavalli giunti nell’isola nei secoli più lontani, ovunque ibridatisi nel corso del tempo sino a perdere le proprie caratteristiche originarie, abbiano trovato solo qui, nella Giara, una sorta di isola nell’isola, capace di salvaguardare i tratti somatici e caratteriali degli animali di un tempo per giungere alla selezione di una razza dall’areale limitato al solo altopiano.

Si tratta di cavalli selvatici, d’altezza media non superiore al metro e venti al garrese. Il loro mantello è baio, lucido, e raggiunge tonalità molto scure. Il collo, forte e robusto, regge una testa massiccia, illuminata da inconfondibili e malinconici occhi. La criniera, lunga e folta, la corporatura agile, conferiscono a questi animali una bellezza e una grazia senz’altro sorprendenti a dispetto della evidente rusticità che li caratterizza. Le piccole mandrie pascolano liberamente e si abbeverano nei numerosi specchi d’acqua, non distanti dai bovini, dalle capre e dai maiali lasciati al pascolo semibrado. I gruppi familiari sono composti da uno stallone e da un numero variabile di femmine, alle quali si accompagnano i puledri sino alla maturità sessuale (raggiunta la quale vengono allontanati dal gruppo dal maschio dominante). Vivono attualmente sull’altopiano diverse centinaia di esemplari, alcuni dei quali appartengono a privati ed altri all’Istituto per l’Incremento Ippico di Ozieri, impegnato da anni nella difesa della razza.

Ancora alla metà del secolo scorso impiegati periodicamente nelle aie dei paesi della zona per la trebbiatura del grano e dei legumi, i celebri cavallini hanno vissuto sino ad allora a fianco dell’uomo in un equilibrio tanto particolare quanto fragile: non del tutto allo stato selvaggio, né costretti alla vita dell’animale domestico, i cavalli della Giara vivevano allora il destino di molti elementi naturali della Marmilla, al contempo necessari all’economia della regione e privi di un’utilità che non fosse quella prettamente temporanea determinata dal lavoro nei campi, potendo dunque conservare la propria libertà per gran parte della propria esistenza. Ogni anno, dopo la mietitura, cuadderis e sogadores provenienti dai paesi ai piedi del grande tavolato si ritrovavano nella campagna assolata della Giara per radunare le mandrie e costringerle entro i percorsi obbligati che le avrebbero portate ai recinti preparati a valle per l’occasione. Ogni anno, finito il lavoro, gli animali riguadagnavano la vita selvaggia dell’altopiano, conservando il marchio impresso a fuoco della propria appartenenza ai diversi allevatori locali. L’avvento delle trebbiatrici meccaniche, dopo la metà del secolo scorso, ruppe l’equilibrio miracoloso conservatosi sino ad allora, interrompendo una tradizione secolare: qualche allevatore tentò di incrociare i cavallini con animali più imponenti, in vista del commercio delle loro carni, mettendo a rischio la sopravvivenza stessa della razza: gli esemplari più piccoli, i cosiddetti musca pia, sarebbero sopravvissuti solo nella memoria degli anziani dei paesi ai piedi della Giara, i quali ne rievocano a tutt’oggi la presenza strana, non più ingombrante di quella di un cane di grossa taglia.

Fu intorno alla metà degli anni Settanta che l’Istituto per l’Incremento Ippico di Ozieri si impegnò a salvaguardare la vita dei preziosi quadrupedi, individuando e allontanando i cavalli d’altra provenienza, e incrementando lo sviluppo della popolazione equina autoctona. I rituali per la cattura e l’identificazione dei cavallini si ripetono a tutt’oggi, ogni anno, ma i ferri per la marchiatura hanno lasciato il posto ai microchip e il duro lavoro dei campi ha lasciato il posto alla vita selvaggia tra le rocce della Giara, solo di quando in quando disturbata dalle comitive dei turisti più curiosi, venuti a godere dello straordinario ambiente naturale dell’altopiano. 

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