Risorse archeologiche

La grande varietà e ricchezza ambientale della regione che gravita attorno alla Giara di Gesturi ha favorito l’insediamento dell’uomo fin dal Neolitico. Non v’è quasi paese, in questa parte della Marmilla, che non custodisca aree archeologiche del più grande interesse. Lo stesso altopiano, che domina il paesaggio, ha conservato tracce importanti di una frequentazione assidua nelle epoche più remote: raccontano ancora la vita di chi vi abitò, i numerosi reperti d’ossidiana e le grotticelle funerarie chiamate domus de janas, rinvenute qui come in molti altri siti della regione, e delle quali sono esempio rilevante quelle di Scala Pitzosa (nel territorio di Tuili), di Sa ucca ’e su paùi (nel territorio di Gesturi), scavate nelle rocce calcaree sottostanti al basalto del piano sommitale, e quella di Sa Domu ’e s’Orcu, nel territorio comunale di Setzu, ricavata in un unico blocco tondeggiante di pietra calcarea.

L’antropizzazione più marcata ascrivibile al periodo nuragico, ha lasciato tracce di maggiore rilievo e più articolate; sono questi i secoli nei quali il rapporto tra l’uomo e il territorio si fa stretto, segnando con più forza l’importanza economica e strategica di quest’area. La conformazione della Giara, col suo vasto pianoro, i versanti scoscesi, le poche vie d’accesso e l’ampia visuale che l’altezza assicura verso tutte le direzioni, offrì risposta alle esigenze difensive delle piccole comunità protostoriche sarde, che trovarono qui le terre e i pascoli necessari al proprio sostentamento. Un sistema di nuraghi, semplici e complessi, si sviluppò, forse non a caso, lungo il bordo e sui versanti dell’altopiano – spesso proprio a controllo delle diverse scalas, le vie d’accesso che, a tutt’oggi percorribili, furono le uniche nell’antichità – mentre vestigia dello stesso periodo sono invece assenti nelle aree più interne.

E, ancora, forse non è un caso che proprio presso il ciglio sud orientale del pianoro, sia sorto il complesso diBruncu Màduli, comprendente l’esempio più imponente di protonuraghe (o nuraghe “a corridoio”) dell’Isola, oltre che un vasto insediamento di capanne, raccolte in isolati attorno a corti comuni.

Scavi archeologici mirati, capaci di chiarire e mettere a confronto i singoli contesti, sarebbero necessari per dare maggiore fondatezza alle ipotesi circa l’occupazione della Giara in epoche tanto lontane. Le conoscenze attuali sono per lo più frutto di ricognizioni di superficie e di pochi scavi stratigrafici, che per la maggior parte dei nuraghi censiti consentono appena una descrizione provvisoria.

Sul ciglio della Giara sono presenti in prevalenza nuraghi monotorre, a volte protetti da un bastione, come i nuraghi Tramatza e Nieddu (Gonnosnò), Mummuzzu (Assolo), Su Corrazzu e Pranu d’Omus (Genoni); i nuraghi sorti alle pendici mostrano invece struttura complessa, articolata in due o più torri, come il nuraghe Biriu (Genoni). In alcuni casi sono presenti attorno al nuraghe i resti di capanne di pianta circolare, a formare insediamenti più o meno importanti. Alcuni monumenti mostrano i segni di una frequentazione anche in epoche successive, come i nuraghi Tutturuddu (Tuili) e Santa Lucia (Assolo).

Ma, va detto, siti relativi al periodo nuragico sono sparsi anche nel resto del territorio, e punteggiano il paesaggio collinare che si distende ai piedi della Giara. Tra gli altri meritano una visita il tempio a pozzo di Coni, a Nuragus, e quello di San Salvatore, nel territorio di Gonnosnò. Sempre a Gonnosnò, in località Is Lapideddas, si trova un gruppo di importanti tombe di giganti: le sepolture più caratteristiche dell’epoca. Dello stesso periodo, e del periodo cartaginese, resta traccia rilevante nel sito di Santu Antine di Genoni.

La presenza punica e romana trova testimonianza nei villaggi che sorsero nella Giara, come Nuridda e Santa Luisa, nel territorio di Tuili, o nei siti di Bruncu Suergiu e di Pranu d’Omus, nel territorio di Genoni. Le vestigia di nuclei abitativi minori, risalenti ad epoca romana, databili al tardo periodo Repubblicano e rimasti in uso sino alla fine dell’Impero, si trovano anche lungo i versanti e ai piedi dell’altopiano.

Quelli fin qui nominati sono solo pochi tra i tanti monumenti, presenti nella regione, capaci di raccontare la vicenda lunghissima dei popoli che l’abitarono nella più remota antichità. Si tratta, nel suo complesso, di un patrimonio ricchissimo, che lentamente trova oggi modo di essere preservato, valorizzato, non da ultimo attraverso la diffusione della sua conoscenza. Proprio in vista di tali obiettivi, in Marmilla sono nate negli ultimi decenni strutture museali importanti, distribuite capillarmente in tutto il territorio. Strutture in grado certo di custodire il lascito delle civiltà passate, e al contempo capaci di avvicinare il pubblico e le nuove generazioni al significato di ogni singolo reperto, e al senso profondo che le tracce lasciate dal passato rivestono per ognuno di noi.

Sono riferibili, presumibilmente, ai secoli della dominazione romana, i pressatoi in basalto che si ritrovano in località Santa Vittoria. Si ipotizza che si producessero sull’altopiano, così come le macine in basalto. Nella zona sono visibili i resti della chiesetta campestre intitolata alla Santa.

Nell’ambito dell’architettura funeraria, riveste un particolare interesse la “rotonda”, un tempio nuragico generalmente non collegato ad altri corpi di fabbrica, di evidente destinazione sacra. L’assenza di una fonte o della canna di un pozzo, attribuisce a questi edifici un proprio carattere distintivo dal punto di vista strutturale; il rinvenimento in alcuni di essi di canalette fa supporre lo svolgimento di riti sacri in qualche modo legati allo scorrimento delle acque.

Appartiene alla tipologia descritta il tempio Corona Arrubia rinvenuto nel territorio comunale di Genoni, caratterizzato da pianta di forma regolare, copertura a tholos e assenza di vestibolo.Del monumento è rimasto intero l’anello di base, avente un diametro di 11 m, costituito da un paramento murario isodomo in basalto, con due/tre assise conservate, una piccola nicchia e qualche blocco relativo ad una banchina, forse originariamente estesa a tutto il perimetro interno.

Restano pochi tratti dell’originario pavimento lastricato ed un corso di piccoli blocchi di basalto sbozzati ma non rifiniti, disposti ancora in opera come dente di fondazione tra l’alzato e le lastre del pavimento. Il materiale ritrovato, per quanto scarso e frammentario, conferma una datazione all’età del Bronzo finale ed un uso cultuale conservatosi anche in età successiva.

La Giara di Gesturi conserva i resti archeologici di estesi villaggi nuragici, tra questi l’insediamento di Pranu D’Omus testimonia una continuità d'uso anche in epoca punico-romana come nella località di Bruncu Suergiu.

Ubicato sul ciglio sudorientale della Giara, l'edificio rientra nella tipologia dei protonuraghi o nuraghi a corridoio. Costruito in blocchi di basalto di forma irregolare, ha una planimetria quasi reniforme, con il bastione dal contorno concavo-convesso, e si conserva per un'altezza di 4,50 m circa. Nel vano d'ingresso, rivolto a Sud-Sud-Ovest, si trovano una scala e, a destra, una nicchia; la scala prosegue in un andito ascendente che porta a due camere superiori di pianta circolare, una a sinistra e l'altra sul fondo, originariamente interpretate come capanne a copertura straminea. Dalla camera sul fondo si diparte un ulteriore corridoio, discendente, che conduce ad un secondo presunto ingresso; nell'andito si apre un varco, forse d’accesso al terrazzo. La struttura, in cattivo stato di conservazione, risulta di difficile lettura. Gli studi più recenti propongono una datazione al Bronzo medio (XV-XIV secolo a.C.).

A circa 100 metri di distanza dalla costruzione, in direzione Ovest, si trovano i resti di un villaggio datato ad un periodo più tardo (Bronzo finale, XIII-X secolo a.C.). L’antico abitato appare costituito di capanne, raggruppate in vari isolati e disposte intorno a spazi comuni. Di forma circolare, con pavimenti lastricati e acciottolati, le costruzioni conservano i segni di focolari, nicchie, sedili e ripiani alle pareti. I reperti rinvenuti permettono di distinguere funzioni differenti delle diverse capanne, usate per la preparazione e la cottura dei cibi, per la lavorazione di materiali vari, o adibite a deposito o discarica. Demolizioni e ristrutturazioni delle murature testimoniano la vivacità demografica e sociale dell'abitato.

Nuraghe a pianta complessa ad addizione concentrica, di difficile lettura a causa dei crolli e della fitta vegetazione che ricopre le rovine; non è possibile ancora stabilire se si tratti di una struttura trilobata o quadrilobata. Conserva intatta la camera della torre centrale per un'altezza di 6 m. Torre in opera muraria subquadrata, con filari a piani orizzontali e blocchi pressoché squadrati.

Il colle di Santu Antine, assimilabile ad una piccola giara, svetta nell'area del territorio di Genoni, il cui abitato sorge ai suoi piedi.

Presenta tracce di frequentazione fin dall'età nuragica: nell’area sommitale si trova il nuraghe omonimo, di tipologia complessa, affiancato da un pozzo profondo 40 m circa e circondato dai resti di un coevo villaggio. Al momento il pozzo risulta essere il più profondo della Sardegna nuragica e tra i maggiori dell'antichità; è stato interamente scavato ed ha restituito importanti materiali di età nuragica, punica e romana.

In età punica il sito fu fortificato con la sovrapposizione di un possente torrione quadrangolare, in blocchi di basalto e calcare, impostato sotto il ciglio del pianoro. Ospitava forse una guarnigione militare, con probabile funzione di controllo sulla via naturale che dalla Barbagia, attraversando la Marmilla, portava alla pianura del Campidano.

Il colle presenta tracce di una frequentazione continua anche in epoca romana, attestata tra l’altro dal ritrovamento di alcune sepolture e dei resti di strutture edilizie.

Ad età alto medievale dovrebbe risalire la chiesetta, dedicata a San Costantino e a Sant'Elena, oggi allo stato di rudere, edificata sul basamento della parte orientale della fortificazione punica.

Nella sommità pianeggiante del monte Giuerri, situato nella parte Nord-occidentale del territorio di Assolo, si trova il nuraghe Giuerreddu, uno dei più notevoli ed imponenti della regione.

Conservato in tutta la sua parte inferiore, il nuraghe è composto dalla torre maggiore e da una torre di ingresso minore, congiunta alla prima mediante un poderoso contrafforte che racchiude un cortile di pianta ellittica irregolare. La costruzione è costituita di grossi blocchi di basalto con struttura poliedrica nelle due torri, con disposizione a corsi più regolari nel contrafforte, lungo la fronte orientale del quale è presente un angolo netto nel punto di contatto con la torre maggiore. Quest’ultima presenta una larghezza di 10,5 m ed una cella, conservata nella sua parte inferiore, avente il diametro di 4,5 m. La torre minore, di diametro pari a 9 m, serviva come unico accesso all’intero edificio: ne restano ancora la porta verso l’esterno, e quella con corridoio che immette al recinto. Tale impianto aveva lo scopo di rendere difficile l’accesso alla torre maggiore, accrescendo in tal modo l’importanza dell’edificio collocato in posizione dominante e quindi esposto ad un eventuale assalto nemico. Il nuraghe serviva per sorvegliare, attraverso le feritoie ricavate nella muratura, non solo il vallone di riu Cabras ma anche la regione collinare verso Assolo e Senis, nonché la vallata degli affluenti dell’Imbessa sino ad Usellus, completando la vigilanza sulle linee di accesso all’altipiano da settentrione e da occidente.

Nel territorio comunale di Assolo, situato a 20 m dal ciglio della Giara, si trova il nuraghe Mammuzzola. La costruzione, dal diametro di 11,4 m, si presenta ancora in pristino sino all’altezza di 4 m. Nella parete esterna si conservano cinque file di blocchi di basalto, alcune delle quali lavorate per formare un paramento compatto e solido. L’interno della cella lascia scorgere in modo evidente tre nicchie ed il corridoio di accesso con la porta rivolta verso Sud-Est; permangono tracce di due contrafforti, il primo disposto sul lato e l’altro dinanzi alla porta.

Nei pressi del nuraghe sono ancora presenti cumuli di pietre scheggiate dalla mano dell’uomo e resti di capanne risalenti presumibilmente alla preistoria, tra le quali sono stati raccolti resti di stoviglie nuragiche e scarti derivati dalla lavorazione dell’ossidiana.

Il nuraghe prende il nome dalla località che si trova alle pendici sudorientali della Giara di Gesturi. È citato dal Taramelli nel suo studio sui monumenti preistorici della Giara; il censimento effettuato negli anni Ottanta del secolo scorso, tuttavia, non ne registrava più alcuna traccia.

Nei pressi di Scala Pomposa, nel territorio di Gonnosnò, su uno sperone di basalto che sporge dall’altipiano per circa 30 metri, è situato il nuraghe Nieddu, il quale, proprio grazie alla sua posizione, costituiva un poderoso sistema di difesa utile all’avvistamento di qualsiasi pericolo.

La torre del nuraghe, dal diametro di 11 metri, conservata per una altezza di circa 4 metri, presenta pareti inclinate con struttura poliedrica, formate da massi in basalto irregolare accuratamente disposti. Al contrario della cella, che non può più essere distinta, risulta ben conservato un tratto di circa 8 metri del contrafforte che va a connettersi col robusto fianco del nuraghe orientato verso il pianoro. Il contrafforte, costruito con enormi massi, ha una spessore pari a circa un metro e andava a formare uno sbarramento in corrispondenza dell’ingresso. Attraverso il contrafforte, in prossimità della torre, è presente una piccola porta, alta 1,3 m e larga 1,8 m, sovrastata da un imponente architrave e disposta in modo che chi entrava, attraversando l’angustia del passaggio, fosse obbligato a opporre il fianco destro alla fronte del nuraghe.

Nel confine tra il territorio comunale di Sini e quello di Genoni, si può visitare il nuraghe Perdosu, le cui vestigia occupano l’estrema testata ad occidente del profondo vallone del Rio Mulinu.

La costruzione, della quale si conservano pochi resti, è un esempio di nuraghe binato, costituito di due torri vicine, congiunte da una cortina di raccordo che si fonde con le strutture murarie dei due corpi principali. Il nuraghe, essendo stato addossato ad Ovest ad una barriera di massi, completa l’efficacia difensiva dell’edificio. Nella cortina di unione, si trovano i segni di una porta d’accesso al piazzale situato tra il nuraghe, il ciglio dell’altopiano e le rupi; non essendo più visibile traccia della porta sul fronte della costruzione, si suppone che per l’accesso alle due cellette fosse in uso una porta ulteriore aperta fra le pareti delle due torri, sul piazzale superiore. In quest’ultimo, tra i resti del nuraghe, sono stati rinvenuti numerosi frammenti di ossidiana e di stoviglie nuragiche; tra gli altri, alcuni vasi di diversa grandezza e di impasto grossolano, con superficie liscia e ingabbiatura annerita dal fuoco.

Nei pressi della Scala Cannas, nelle campagne del comune di Genoni, si trova il nuraghe Pranu Omus, eretto su una piccola sporgenza dell’altopiano, a pochi metri dalla discesa.

Il cono centrale mozzato, che sporge con la sua parte superiore da un cumulo di rovine della struttura elevata, presenta alla base una struttura poligonale formata da grosse pietre con una rimboccatura di scheggiosi; verso l’alto e nella parte interna i blocchi sono sbozzati, più piccoli e meglio disposti.

La cella, interrata, è conservata per due terzi dell’altezza; restano, a destra del varco di ingresso, le tracce della scala di accesso al piano superiore ed un contrafforte che racchiude un cortile di pianta ellittica situato davanti al nuraghe. La struttura muraria, in uno stato di conservazione abbastanza buono, è costituita di enormi massi non lavorati ed accatastati in modo irregolare. Dal cortile sono visibili due feritoie per la difesa della porta di ingresso.

Dislocato alle pendici nordoccidentali della Giara, il nuraghe fa parte di un più vasto complesso archeologico, comprendente un insediamento frequentato con continuità dall'età tardopunica al periodo altomedievale. Il sito prende il nome da una chiesetta, oggi scomparsa, dedicata al martire di Forum Traiani, l'odierna Fordongianus.

Gli scavi condotti all'inizio degli anni Duemila hanno riportato alla luce i resti di un nuraghe complesso, realizzato con blocchi di basalto locale: si riconoscono la torre centrale, una torre secondaria, tracce di un ambiente ulteriore, e tratti significativi delle cortine murarie.

Nell'area circostante sono presenti i resti di un villaggio di capanne, ancora coperti da una fitta vegetazione. A Sud-Ovest del nuraghe si conservano i resti di strutture murarie riconducibili alla fase romana e altomedievale dell’occupazione del sito, nelle quali si nota il riutilizzo di un frammento di miliario, il cippo che, nelle strade di età romana, segnava la distanza dalla città principale.

In un contesto ambientale caratterizzato dalla presenza di ulivi secolari, ad Est di Genuri, sorge il complesso nuragico di San Marco, nei pressi di una chiesetta dedicata all'omonimo santo. Realizzata in blocchi di basalto, la costruzione presenta un impianto trilobato, con mastio centrale e tre torri secondarie disposte attorno ad un cortile di pianta falciforme. La struttura era circondata da un poderoso antemurale – del quale emergono tracce evidenti – composto da cinque torri e cortine murarie rettilinee, ad eccezione del fianco Nord, naturalmente protetto dai rilievi delle Giare.

Gli ultimi scavi archeologici, condotti a varie riprese a partire dal 2001, attestano una frequentazione del nuraghe e delle sue adiacenze in età tardo-punica e nell'altomedievo, con continuo riutilizzo e sovrapposizione dei materiali di costruzione più antichi, e uno sfruttamento delle potenzialità della struttura stessa che, persa la funzione originaria, conservò quella di controllo e gestione del territorio circostante.

Uno dei 25 nuraghi ricadenti nel territorio comunale di Assolo, il nuraghe di Santa Lucia, è situato in campagna, nell’area archeologica comprendente la chiesa campestre dedicata alla omonima Santa.

Il nuraghe ha struttura monotorre di forma tronco-conica; attualmente è visibile il basamento costituito da quattro filari sovrapposti a secco, costituiti di grossi blocchi di pietra.

Ubicato nella regione omonima di Santu Milanu, a Sud della strada comunale Pardu Valenza, è uno dei 36 nuraghi che costellano il territorio di Nuragus, segno di uno sfruttamento intenso dell'area fin dalle epoche più antiche. Il nome deriva probabilmente dalla vicina chiesa di San Gemiliano, di cui oggi sopravvive solo parte delle fondazioni perimetrali.

Il nuraghe è costruito in conci semisquadrati di calcare e presenta struttura quadrilobata, scandita da quattro torri allineate ai punti cardinali, che col bastione a cortine rettilinee proteggono la torre centrale, conservata per un'altezza di 3,50 metri circa. Il mastio si trova in posizione decentrata e si appoggia al paramento della cortina fra le torri Nord e Ovest, lasciando così lo spazio per un ipotetico cortile interno presso le torri Est e Sud. Intorno alla struttura, specialmente nel settore meridionale del sito, sono riconoscibili le tracce di un villaggio di capanne, con sovrapposizioni di ambienti di età romana.

In attesa di uno scavo archeologico accurato, il nuraghe è al momento datato in modo generico al periodo compreso fra il 1600 e il 900 a.C. (Bronzo medio-Bronzo finale).

Sulla Giara le costruzioni d’epoca nuragica sorgono accanto a fonti naturali: è il caso del nuraghe Scab’i Ois, a pianta rettangolare, eretto a poca distanza dalla sorgente perenne di acqua potabile di Cracchera avvolta da secolari alberi di leccio e roverelle.

Sorge sul ciglio settentrionale dell’altopiano della Giara, all’estremità di uno sperone che si protende verso Genoni, a circa 50 metri dall’orlo dell’altopiano. Si riconosce la pianta semplice, con torre centrale protetta da un muraglione.

Nel territorio comunale di Gonnosnò si trova il nuraghe Tramatza il quale, insieme al nuraghe di Emmauru, sorvegliava il solco del rio Figu, tortuoso corso d’acqua tra i colli ai piedi dell’altopiano.

Del nuraghe permangono poche tracce; la struttura originaria, monotorre, presentava una forma tronco-conica, realizzata attraverso la sovrapposizione di blocchi in pietra, ed ospitava al suo interno la camera principale, congiunta all’esterno da uno stretto corridoio.

Il nuraghe Tutturuddu è localizzato sul primo promontorio dopo il nuraghe Nuridda, a guardia di un sentiero che scende verso il paese di Tuili. Di questa testimonianza nuragica permangono poche tracce. Il nome Tutturuddu deriva dalla parola sarda tutturu (mattarello) che rinvia alla forma riconoscibile nei resti dell’antica struttura.

Non lontano dal nuraghe Santu Milanu si trova il pozzo sacro di Coni, che probabilmente prende nome dal toponimo di un villaggio sorto nell'area in epoca medievale.

La struttura ipogeica, che va ad intercettare la vena sorgiva, è di modeste dimensioni (m 1,20 di diametro, m 3,15 di altezza totale) ma di fattura accurata: ha forma circolare ed è realizzata in opera isodoma, con blocchi di basalto regolarmente squadrati e leggermente aggettanti; quest’ultimo dato fa intuire l'originaria esistenza di una tholos, di cui non si riscontravano tracce già al momento della scoperta, avvenuta casualmente nel 1912, nel corso di lavori agricoli. Cinque gradini immettono alla parte inferiore del pozzo, che poggia direttamente sulla roccia calcarea, nella quale è scavato il fondo. La superficie circostante era pavimentata in lastre di arenaria, al di sotto delle quali era un lastricato più antico, databile ad età romana per il ritrovamento di una moneta di Claudio il Gotico (268-270 d.C.), che attesta la frequentazione duratura del sito.

Al momento della scoperta, l’unico oggetto rinvenuto all’interno del pozzo, insieme a pochi vaghi in pasta vitrea, fu una statuetta femminile in bronzo, soprannominata da Giovanni Lilliu "Matriarca in preghiera" ed oggi esposta al Museo Archeologico Nazionale di Cagliari.

Il pozzo ha subito negli anni pesanti interventi di restauro, i cui segni restano evidenti nell'impiego di cemento tra i blocchi, originariamente posati a secco.

Il monumento si trova sulla sommità di una collina, chiamata Mitza Santu Srabadori, a Sud della frazione di Figu, in comune di Gonnosnò. Il pozzo è conosciuto almeno dai primi del Novecento, ma è stato indagato archeologicamente solo di recente, negli anni 2001-2002 e nel 2007.

Gli scavi condotti finora hanno restituito le tracce di una frequentazione intensa, almeno dalla prima età del Ferro e fino al basso Medioevo: a partire dalla realizzazione del tempio a pozzo, è attestata una successiva frequentazione a scopi rituali in età punica, fino alla costruzione della chiesa di San Salvatore, oggi scomparsa insieme al cimitero circostante.

Il pozzo è costituito da un atrio rettangolare, lastricato, il quale introduce al vano scala attraverso un passaggio di forma trapezoidale fortemente rastremata; il vano scala, lungo circa 6 metri, conduce alla camera sotterranea, di forma subcircolare, coperta a tholos, dove è intercettata la falda acquifera. La struttura è realizzata in blocchi di marna locale, squadrati in forma regolare, lavorati a martellina e sovrapposti a filari sfalsati con inserimento di terra fra i piani di posa.

In base a confronti con edifici simili e alla presenza di alcuni reperti, la struttura può essere datata alle fasi recente e finale dell'età del Bronzo, tra i secoli XIII e XI a.C.

Su un’imponente emergenza rocciosa del versante del Monte Majore che si affaccia sulla valle del rio Pardu, si erge il recinto megalitico Sa corona de su crobu (il recinto del corvo) che i resti di ossidiana e le ceramiche d’impasto restituiti dal sito farebbero risalire ad epoca preistorica.

La poderosa cinta muraria si apre sul lato Ovest su un inaccessibile dirupo con rocce a strapiombo. Era possibile accedere al recinto attraverso due porte laterali poste ai lati Sud e Nord; quella settentrionale, alta più di 2 metri, è sormontata da un architrave. Entrambi gli ingressi sono seguiti da un corridoio interno in muratura. L’altezza residua della struttura è di circa 3 metri.

La funzione difensiva del recinto è testimoniata dalla tecnica costruttiva di tipo ciclopico, assimilabile ad altre muraglie fortificate presenti nell’Isola. Il sistema di controllo di questa parte del territorio, probabilmente di epoca punica, comprendeva il forte Santu Antine di Genoni e il Santu Juanni di Asuni, poco distanti.

Un imponente masso granitico, posto in posizione baricentrica nell’area interna della cinta muraria, è stato recentemente interpretato, dagli studiosi e appassionati di megalitismo, come una delle prime rappresentazioni della Dea mater mediterranea, divinità comunemente adorata da tutte le popolazioni mediterranee.

Il territorio comunale di Tuili è attraversato da una strada romana che si snoda per poco meno di 2 chilometri, con una larghezza di 4 metri, interrotta da altre strade e campi coltivati, fino ad arrivare al villaggio nuragico Nuridda, situato sull’altopiano della Giara. Sul tabulato la strada prosegue il proprio percorso costeggiando i paùlis, per giungere fino a Genoni, paese situato sul versante Nord della Giara, coprendo una distanza di circa 7 chilometri.

La strada, selciata, probabilmente risalente al I secolo d.C., costeggia alcuni siti di epoca nuragica; degna di nota è la presenza di due canalette con funzione di rotaia, ricavate nel selciato per evitare lo scivolamento trasversale delle ruote dei carri causato dall’inclinazione del tracciato. La Bia de Carros è ad oggi, nell’Isola, il tratto più lungo di strada romana selciata tra quelli che si sono conservati. In stato di abbandono dal 2012, vede il periodico intervento di un gruppo di volontari, che la rende accessibile ai visitatori eliminando la vegetazione che la ingombra.

Nell'area di Is Lapideddas, ad Ovest del paese di Gonnosnò, sono state individuate quattro tombe dei giganti, poste a poca distanza l'una dall'altra e in diverso stato di conservazione. Sono costruite con blocchi di calcare locale e misurano poco più di 10 metri di lunghezza, tranne una, di dimensioni assai ridotte e costruita con pietrame medio e minuto legato da malta di fango.

A causa di scavi abusivi, non è stato restituito un contesto stratigrafico intatto. Tuttavia, dai pochi dati riscontrabili ancora utili, è stato possibile riconoscere una sequenza databile tra l'età del Bronzo medio avanzato e il Bronzo recente. Nell'area dell'esedra di una delle tombe sono stati documentati due focolari a pozzetto, che hanno restituito materiali inquadrabili nella cultura di Monte Claro, e invitano ad ipotizzare una frequentazione del sito precedente la realizzazione della sepoltura.

Esempio delle caratteristiche domus de janas isolane, Sa domu e s'orcu è una piccola grotta artificiale scavata in un unico blocco tondeggiante di pietra calcarea. L'ingresso, a bocca di forno, è esposto a Sud-Est e immette in un ambiente a sviluppo longitudinale, strutturato in più vani, che dovevano costituire le camere di una sepoltura ipogeica.

La tomba non presenta alcun motivo decorativo e, a causa di frequentazioni successive alla sua realizzazione e delle violazioni più recenti, non ha restituito corredo funerario. Viene datata al neolitico recente e dimostra la frequentazione del territorio fin dall'età prenuragica.

Il villaggio si trova presso il ciglio settentrionale della Giara. Il Taramelli individuò una torre con contrafforte a Nord-Est, in stato di rudere, ma probabilmente si riferiva a quella che oggi viene interpretata come capanna, facente parte di un più ampio villaggio, oggi allo stato di rudere, con strutture di forma circolare realizzate in blocchi di basalto e aperte su cortili comuni.